di Enrico Riccobene

 

Maglietta dei Misfits, bermuda mimetici, barba incolta, lunghi capelli rosa, lui.
Pupa goth tutta pelle e borchie e trucco scuro, lei.
E li vedi entrare in un'elegante negozio di cosmetici: il commesso - impomatato in completo nero e camicia, e scarpe che costeranno più di quello che il sottoscritto spende in un anno di birre - gli ha proposto una crema per le mani o 'na cosa del genere, proprio davanti alla casa di Giulietta Capuleti.
Tutto normale nel giorno in cui una delle band più fuori dagli schemi della morale e del buon costume della storia della musica incendierà uno dei templi sacri della musica e dell'Arte - così la definiscono - “colta”.
Il Metal in un anfiteatro romano, il secondo o terzo più grande d'Italia. Il profano che seduce e conquista il sacro. Paradiso e Inferno.
Le eleganti vie di Verona gremite di metallari, rockers con anfibi e pantaloni strappati seduti in costosi ed esclusivi Cafè turistici. Roba da pazzi.
Tutti in questi giorni c'hanno addosso una maglietta degli Iron Maiden, o degli Slayer o dei Led Zeppelin. Complicità, ti guardi in giro e vedi fratelli. Gente che non rivedrai mai più in vita tua - a meno di improbabili congiure astrali, chi può dirlo il destino? - ma al di là di digressioni filosofiche, si è tutti lì ed ora, tutti per un solo motivo. L'atmosfera è di quelle giuste, l'aria è satura di eccitazione: sono l'emozione e l'incredulità per quello a cui si sta andando ad assistere che la caricano come d'elettricità prima di un temporale, che tra l'altro era previsto, ma per fortuna, nossignore, niente.
È da Ottobre che c'abbiamo 'sti biglietti, ed io ed Aurora e Rox non ci riusciamo ancora a credere che sia arrivato questo tanto agognato 13 Giugno. 
Che poi, io personalmente ho atteso 'na vita per vederli, e Cristo, non credevo ce l'avrei davvero fatta.
Davvero siamo in fila per entrare all'Arena di Verona?
Davvero stasera vedremo i Black FOTTUTI Sabbath dal vivo, per l'ultima volta in Italia?
Passano le interminabili ore (o giorni? O anni?) di fila, ci si alza, ci si spinge come una mandria impazzita. Aprono i cancelli, settore rigorosamente cheapie, gradinata non numerata: e allora si parte come tori scatenati alla conquista del posto migliore.
Entri nell'arena e vedi lì il palco, distante ma non troppo, enorme. Nel maxischermo lì sul palco giganteggia il logo violaceo: BLACK SABBATH.
Ok, sono qui. È tutto vero.

L'atmosfera è ancora quella che c'era fuori. Felicità, frenetica attesa, ci si scambiano eloquenti sorrisi “sì amico, non so chi tu sia, ma è tutto reale.”
E allora ci si comprano le fottutamente costose t.shirt (amico, 35 Euro per una magliettina? Sul serio?) e le fottutamente costose birre (una stronzissima lattina di Moretti 5 euro? E vabbè...)
Gli AC/DC in filodiffusione smettono di allietare l'attesa. Il silenzio, la quiete prima della tempesta. Ci siamo.
Risuona il tema de “Lo Chiamavano Trinità”, l'inconfondibile fischio.
È arduo compito dei Rival Sons riscaldare questa bolgia infernale di Metallari frementi in attesa di Loro.
Ed i quattro (+ turnista) bad boyz americani non mancano di adempiere al loro compito.
Un sound caldo, tagliente, i Led Zeppelin imbastarditi coi primi Kasabian (ma più Zep, per fortuna), grande carisma nel tenere il palco. I più attenti alla scena li conoscono bene già da tempo i Rival Sons; io che non sono attento a un cazzo posso rispondervi in coro con gli altri 11.999 dell'Arena alla domanda “Che ve n'è parso dei Rival Sons?” ed in coro, 12.000 anime dannate, risponderemmo “Cristoddio spaccano i culi” e “Comunque il cantante ha la voce di Robert Plant.”. Chiedete, sul serio. Ma anche questa è un'altra storia.
La loro ora passa piacevole, intensa, bravi ragazzi, 12.000 nuovi fan per voi.
Ma ora?

Silenzio.
Il sole è andato via, iniziano a calare le tenebre. È l'ora.
Un mefitico video sullo schermo: la nascita di un demone, la distruzione di una città industriale rasa al suolo dallo stesso demone e data alle fiamme.
Di nuovo il logo BLACK SABBATH, stavolta infuocato.
Silenzio.
Attimi infiniti.

Ed eccoli, loro.
Il principe delle tenebre, Ozzy; la chitarra dell'Inferno, Tony; il basso più oscuro dal regno degli incubi, Geezer; e Tommy, titano trita-pelli che ci darà presto ragione del perché gli dei del Metal lo hanno scelto a scandire il tempo de li loro demoni'ci inni.
Rintocco di campane, tuoni. È così che scossero il mondo della musica al loro debutto, è così che si presentano in questa umida notte veronese ad un pubblico assetato di sangue e rocknroll.
L'eponima traccia d'apertura dell'omonimo album di debutto: Black Sabbath. La triade invoca-diavoli, uno dei riff più tetri e famosi di sempre. Durante l'assolo di Iommi scappa la prima lacrimuccia.
Dietro di noi, un veterano di tanti concerti, sulla cinquantina, m'abbraccia, mi stringe, m'accarezza i capelli, mi offre birra. Lui li ha visti già con Ozzy, ma anche con Gillan e con Dio i Black Sabbath, e ora, mi dice commosso, si entra nella storia. Sta notte è la notte, l'ultima volta di sempre, e poi basta, in secula seculorum. E godiamocela allora.
Carrellata di classici: Fairies Wear Boots, After Forever,Into the Void, Snowblind. Macigni, esecuzione perfetta, assoli che sì conosci a memoria e che ti portano ad orgasmi multipli, Ozzy che non pare esser stato più volte più-lì-che-quì, vivo come mai.
Non si contano i suoi “I Love you all”, let's go f*ckin' crazy”, “let me see your hands”.
Distinguo appena la realtà dal sogno quando inizia War Pigs, il pezzo che più s'avvicina alla perfezione nel repertorio del quartetto. La si canta tutti all'unisono, Ozzy puoi anche posarlo il microfono per ora. Poi Behind the Wall of Sleep, e Mister Geezer Butler che col suo basso si spara il Bassically, preludio a N.I.B. , la mia preferita. Qua quasi svengo dalla goduria, dall'emozione.
Ozzy rivela finalmente la sua vera identità “My name is Lucifer, please take my hand”.
Hand of Doom - che prima di 'sto tour non la si sentiva dal vivo da ben 30 anni – è l'unico momento in cui la voce del mangia-pipistrelli sembra risentire degli anni passati tra sesso e droghe ed alcolici e tanto tanto rocknroll, ma poi si riprende in Rat Salad.
Dicevo del titano trita-pelli. Chi cazzo è Tommy Clufetos? Non avrei saputo rispondere prima di Rat Salad, e non so rispondere adesso. Ma almeno ora so che è un animale. 10 minuti di assolo di batteria mostruoso - qualcuno scherza che è per lasciare tempo ad Ozzy di tirarsi qualche riga e ricaricarsi- assolo infinito, potente, macina-timpani. Applausi, urla. Sì, te lo sei guadagnato quel posto là, dietro alle leggende, caro Tommy.
Altro riff immortale: Iron Man, intonato da 12.000 voci in estasi, poi Dirty Women e Children of the Grave.

La band si congeda. Ma passano pochi secondi che, da dietro le quinte, è lo stesso Ozzy a condurre i giochi, a lanciare i cori: “One more time – one more time”, ci consiglia di chiedere.
E allora sì, lo chiediamo, un'altra volta, perché sappiamo benissimo che non è finita lì. Non può finire lì... ed eccoli che escono, ennesimo assolo di Iommi e poi lei, l'inno Sabbathiano per eccellenza, per alcuni il pezzo Metal più bello di sempre: Paranoid. È l'ultima, “let's go f*ckin' crazy one last time”. È delirio. È sogno che diventa realtà.
“Thank you, you're the numbers one, we love you all. Thank you”.
Grazie a te Ozzy Osbourne. Grazie a voi, Black Sabbath.
Finisce tutto, si accendono le luci, Zeitgeist in filodiffusione ci accompagna mentre dall'Arena ci riversiamo nelle strade di Verona.
Siamo ancora increduli. Qualcuno ci dice che l'Italia ha battuto il Beglio, ma chi se ne fotte?
Abbiamo visto i Black Sabbath, potremo dire che noi c'eravamo. Ma cosa assai più importante, potremo testimoniare che LORO c'erano.
Il giorno dopo un litro di vino rosso della Conad a testa – ma come dice Aurora, “c'è più dignità in un cartone di vino da soli che in una bottiglia di Belvedere divisa in cinque”, Dio la benedica - e attesa infinita all'aeroporto. Si rientra a Catania. Poche ore di sonno, poco cibo, la testa sta per esplodere, ancora mentre vi scrivo queste righe. Eppure non si era così felici da tempo.

Quello a cui abbiamo assistito è stato perfetto, unico, indimenticabile. Il resto sono solo parole.
Restano tante certezze, pochi dubbi.
I Black Sabbath sono la più grande Metal band della storia, e sempre lo saranno, After Forever!
I due tizi avranno comprato, al fine, la cremina per le mani?


Su questo sito usiamo i cookies. Navigando accetti.