Protagonista del “Pezzi di Storia” di questa settimana è Bruce Springsteen che di recente ha pensato bene di ripubblicare, il prossimo 17 novembre, i suoi primi sette album, in edizione rimasterizzata e raccolti in un cofanetto: “Bruce Springsteen: The Album Collection Vol. 1 1973-1984“. Dei sette titoli inclusi, cinque –”Greetings From Asbury Park, N.J.” (1973), “The Wild, The Innocent And The E-Street Shuffle” (1973), “The River” (1980), “Nebraska” (1982) e “Born In The U.S.A.” (1984)– non erano mai stati rimasterizzati su CD. E questo ci incuriosisce. Ci incuriosisce, soprattutto, riascoltare le tracce che compongono l’album “Nebraska”, all’epoca incise su un registratore a quattro piste –un multitracce Tascam (mod.144), portatile–, nella camera da letto del Boss (!?!). Quasi fossero una manciata di semplici demotracks

 

E’ il 1982. Springsteen decide di imbastire una serie di provini –acustici completamente spogli– da far ascoltare poi alla sua E-Street Band così da giungere alla realizzazione di un nuovo album. Quello che ne vien fuori, a livello di arrangiamenti, è però poco convincente ed il rocker del New Jersey, insoddisfatto, decide di prendere tutt’e dieci le tracce, così com’erano in origine (demo), e consegnarle alla Columbia Records per l’immediata stampa. Seppur con qualche perplessità, l’etichetta accetta il nuovo lavoro che, nonostante non rinnovi i fasti del poderoso rock del precedente “The River”, riesce ad ottenere risultati di vendite alquanto sorprendenti ed un ottimo terzo posto nelle classifiche USA. E pensare che l’album non aveva alcun singolo di successo a far da traino…

Nebraska” è senza dubbio l’album con il quale Springsteen riuscì, all’epoca, a riaccostarsi alle radici del folk americano grazie a brani crudi, suggestivi, incentrati su tematiche sociali e scritti pensando a quegli sfortunati, a quegli sconfitti protagonisti di lyrics scritte, di getto, in un particolare periodo di depressione del rocker americano. Il disco si apre con la titletrack, vera e propria murder ballad che sembra anticipare quello che un decennio dopo avrebbe realizzato Nick Cave con la sua “Where The Wild Roses Grow” del ’96; a seguire, “Atlantic City”, unico singolo estratto dall’album –nonché il primo videoclip della carriera del Boss– anche per via di quelle sue melodie che restano tra le più impresse ma non posseggono lo stesso intimismo di brani come “Mansion On The Hill“: qui Springsteen esplora l’impatto della precarietà economica sulla semplice speranza di poter vivere, un giorno, una vita migliore (la “villa sulla collina” è una sorta di luogo paradisiaco e, in pratica, irraggiungibile). Poi c’è “Johnny 99“, brano in cui si scopre come si conclude la storia narrata in “Atlantic City”: il racconto di un uomo economicamente senza scampo, ingiustamente condannato per un omicidio fortuito. Quindi un’altra ballad: “Highway Patrolman“, nella quale il protagonista è un uomo di legge, un poliziotto combattuto tra senso del dovere ed affetto nei confronti di un fratello da far scappare, colpevole di aver gravemente ferito un rivale (n.d.r.: “Highway Patrolman” ha fornito, in pratica, la trama ad “Indian runner“, primo film da regista di Sean Penn, dalle nostre parti maldestramente tradotto in “Lupo solitario“). Ancora un rappresentante dello Stato in “State Trooper“, song con la quale si chiude il lato A di un vinile che, sino ad oggi, rappresenta sicuramente un pezzo importante per qualsiasi collezionista di dischi rock di tutto rispetto.

Il lato B della versione a 33 giri di “Nebraska” si apre in modo blando con “Used Cars”, che non fa altro che bissare l’intimismo di “Mansion On The Hill” attraverso un racconto in cui è forte il senso di umiliazione, di vergogna, nel comprare un’auto di seconda mano: un’auto che, probabilmente, non permetterà al protagonista di poter affrontare alcun vagabondare lungo le highways fino a quel momento celebrate da Springsteen. Adesso non vi è più possibilità di viaggiare o di correre verso qualcosa di migliore, bensì scappare dal nulla, da quel nowhere di cui si fa menzione in “Open All Night”. “My Father’s House” è invece il racconto di un rimpianto: quello per il rapporto con il padre (ed il proprio paese d’origine) che non potrà mai essere ricomposto. Dunque, l’album si chiude con “Reason To Believe”, una di quelle canzoni dove è la ricerca della fede, da parte di Springsteen, ad ispirare la fede stessa.

 

Da quanto fin qui riportato si evince dunque che “Nebraska” rappresenta una raccolta di brani in cui il clima che si respira non è certamente quello di “Born To Run”, album del ’75, in cui si correva per vincere: in “Nebraska” i protagonisti di ogni singolo brano fuggono da una vita piena d’errori irrimediabili e perdono di vista quella “Promised Land” tanto decantata in “Darkness On The Edge Of Town” –del ‘78– dopo aver realizzato che il Grande Sogno, probabilmente, non è mai esistito. E forse anche per questa peculiarità “Nebraska” rappresenta uno dei tasselli fondamentali della storia del rock. Ne è conferma il fatto che, da un brano scartato dall’originaria tracklist ed inizialmente pensato per un film mai realizzato, nacque quella “Born In The U.S.A.” da cui prese le mosse il ben più famoso album successivo. Ma quella è un’altra storia…E che storia!

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