Ormai sommersi nei più recenti immondezzai musicali, parte di noi rockettari ogni tanto si sveglia dal proprio torpore e prova a ribellarsi a quello che è il solito tran-tran quotidiano ‘allietato’ dalle note commerciali di taluna o talaltra band ‘meteora’. Qualcuno ha anche provato a farsi illuminare (!!) da forzate coincidenze “numeriche”, tipo questa: quattro giorni fa è stato dato alle stampe “The Best Day”, album numero quattro della discografia (solista) di Thurston Moore, uno dei quattro componenti dei Sonic Youth –band scioltasi circa quattro anni or sono– passati alla storia per aver rappresentato una vera e propria istituzione della scena alternativa americana ed internazionale. E, per continuare con il numero ‘quattro’, va detto pure che un quarto di secolo fa, proprio i Sonic Youth, regalarono ai loro fans “Daydream Nation”, un album talmente fondamentale da non poter diventare oggetto del nostro curiosare tra i “Pezzi di Storia”…

Pubblicato esattamente nell’ottobre 1988 dall’Enigma Records –la stessa che vantava nei propri cataloghi anche Devo, Red Hot Chili Peppers, Dream Syndicate e Wires– “Daydream Nation” è l’album della consacrazione internazionale, pregevole esempio di un hardcore evoluto –a fianco di Hüsker Dü, Swans e Butthole Surfers– ma anche summa dei chitarrismi innovativi del quartetto formatosi in una stimolante New York datata 1981. All’epoca i Sonic Youth avevano già alle spalle una brillante carriera nella sperimentazione (vedasi i precedenti album “Confusion Is Sex”, dell’83, “Bad Moon Rising”, del’85, “Evol”, dell’86, e “Sister”, dell’87) ma è con “Daydream Nation” che la band riesce a raggiungere il massimo splendore e a divenire, secondo molti critici, padrona di un suono inconfondibile. Ed il suono è quello delle chitarre di Thurston Moore e Lee Ranaldo, paragonabili ad antenne che catturano segnali provenienti da un altro mondo ed incanalati in quella cascata di distorsione alla quale attingono il basso di Kim Gordon e la batteria di Steve Shelley. Questo è, dunque, quel che rappresenta il “marchio di fabbrica” dei Sonic Youth: quel rumorismo valvolare, quella straordinaria cacofonia, quelle armonie dissonanti che caratterizzano ognuna delle dodici tracce di un album scuro: sia per la copertina (una candela accesa nel buio) e sia per certi contenuti delle lyrics pervase da un costante sarcasmo e dalla sozzura della foschia metropolitana.

I monumentali settanta minuti del doppio vinile si aprono con un brano che già da solo vale quanto tutto l’intero album: ci si riferisce a “Teen Age Riot”, con quel suo riff da rock-anthem travolgente ed assimilabile all’urlo di un’America che non ha niente a che fare con quella, patinata, delle hits dei rockers da classifica. Semmai, il riferimento potrebbe essere all’Urlo di Allen Ginsberg… Subito dopo “Teen Age Riot” arriva un altro scossone: quello di “Silver Rocket”, brano costruito sull’imponenza di un’eccezionale drumming e di chitarre iperdistorte –così come “Rain King”– messe lì a sottolineare quel nuovo noise-rock che devo molto o tutto a Moore & soci. “The Sprawl”, così come “Kissability”, è impreziosito soprattutto per la presenza di Kim Gordon al cantato straniante, al limite tra la cantilena e la psichedelia. Meno poetica e più urbana (molto newyorkese, quasi reediana) è invece “Total Trash” mentre ballad garage-rock si rivela essere “Hey Jony”; più avanti, in “Candle”, si assiste ad incredibili “contorsionismi” sonori della chitarra di Lee Ranaldo che devono moltissimo alle avanguardie compositive di Glenn Branca, noto per il suo uso del volume e delle accordature alternative nonché delle scordature d’un certo tipo. Senza dimenticare il peso di brani di rilievo quali “’Cross The Breeze” o il manifesto generazionale “Eric’s Trip” (ma anche lo strumentale “Providence”), si giunge quindi alla chiusura con “Trilogy”: circa un quarto d’ora di pura allucinazione sonora ripartita in tre “atti”: il dissonante “The Wonder”, lo squilibrato “Hyperstation” ed il velocissimo “Eliminator Jr”.

 

Alla fine degli Ottanta “Daydream Nation” rappresentò l’inizio di una nuova frontiera del rumore sapientemente calato nella forma-canzone ed ancor oggi è considerato come uno spartiacque nella storia del rock. Forse si potrebbe anche dire che quest’album e i Sonic Youth abbiano rappresentato l’unica e reale next big thing degli anni Novanta, assieme (forse) ai Pixies: ne posson dare conferma quelli che, come chi scrive, hanno potuto ascoltare uno dei primi live-act della band di Thurston Moore in Italia (quello del 25 settembre 1990, al Big Club di Torino) o essere tra gli spettatori osannanti la loro performance in quel di Catania, ben dodici anni or sono (5 luglio 2002)…Da allora ad oggi tutte le altre band venute dopo i Sonic Youth non hanno fatto altro che continuare a riscaldare la solita vecchia minestra: solo alcune di esse (Band of Susans, Fugazi, Blonde Redhead, Fugazi, Pavement, Mogwai) sono riuscite a trarre ispirazione dalla band autrice di un album –“Daydream Nation”– talmente fondamentale da essere stato inserito, nel 2006, nella Library of Congress’s National Recording Registry, istituzione che documenta la storia dell’America attraverso la musica.

Magazine - Other articles

Su questo sito usiamo i cookies. Navigando accetti.